Milano, 25 marzo 2023
Da premio assegnato a porte chiuse, Regina Colomba Regina Pastiera evolve in evento pubblico. Quest’anno, il 6 aprile a Milano, i primi pasticcieri delle due classifiche – una dozzina in tutto – faranno assaggiare al pubblico i loro dolci e raccoglieranno ordini per consegne a casa. Oltre che la mostra mercato, la manifestazione prevede due tavole rotonde, una dedicata alla colomba e l’altra alla pastiera, e a fine giornata la premiazione dei vincitori. Gli ingressi, scaricabili da questo sito saranno gratuiti per la mostra mercato e per le tavole rotonde, e a pagamento per la premiazione. I premi in merce saranno come sempre offerti dal Molino Dallagiovanna.
L’ingresso a Re Panettone® Milano 2022 è gratuito, ma richiede l’iscrizione al sito repanettone.it.
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Potrai scaricare il biglietto al termine della procedura, o successivamente tramite il link che arriverà via email, o tramite l’apposita pagina nell’area riservata.
Per richieste di supporto, scrivere a assistenza@reginacolomba.it.
Il biglietto è necessario dai 6 anni in poi, si prega di indicare l’età dei visitatori fra i 6 e i 13 anni.
Il biglietto potrà essere stampato su carta o visualizzato su cellulare e sarà valido per un solo giorno.
Nota bene: la stessa persona non potrà venire per più di un giorno.
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Domenica 6 aprile 2025
Circolo Caldara
via De Amicis 17, Milano
Metro Blu, fermata De Amicis
• Gli ingressi sono scaricabili dalla biglietteria di questo sito
• Ingresso alla Mostra mercato e agli Incontri: gratuito
• Ingresso alla Mostra mercato, agli Incontri e alla Premiazione: 10 euro
• Accesso facilitato per i diversamente abili e per le signore in stato interessante
33 euro, escluse le spese di spedizione.
Essendo il Premio Regina Colomba Regina Pastiera una manifestazione gastronomica, i nostri amici a quattro zampe purtroppo non possono intervenire.
Mostra mercato
Sotto i portici del cortile al piano strada.
11.00-17.30: le dodici pasticcerie prime classificate delle due categorie propongono assaggi e raccolgono ordini per consegne a casa
Incontri
Al I piano, sala del Salvadanee.
14.30: tavola rotonda dedicata alla colomba, modera Stanislao Porzio; fra i partecipanti, il maestro Achille Zoia
16.00: tavola rotonda dedicata alla pastiera, modera Stanislao Porzio; fra i partecipanti, lo chef e scrittore Antonio Tubelli
Premiazione
Al I piano, sala del Salvadanee.
18.00: premiazione dei primi tre classificati di entrambe le categorie. Ingresso a pagamento
A giorni scoprirai qui l’elenco di tutti i pasticcieri che partecipano al Premio Regina Colomba Regina Pastiera 2025.
Ecco l’elenco di tutti i pasticcieri che partecipano alla mostra mercato del Premio Regina Colomba Regina Pastiera 2025.
Non tutti i premiati saranno presenti alla mostra mercato.
Pasticceria: Armando Pascarella
Capo pasticciere: Armando Pascarella
S. Felice a Cancello (CE)
Pasticceria: Elite
Capo pasticciere: Stefano Li Pira
Vimercate (MB)
Pasticceria: Fabio Del Duca
Capo pasticciere: Fabio Del Duca
Milano
Pasticceria: La Bottega del Fornaio
Capo pasticciere: Giandomenico Lamonica
Mendrisio, Canton Ticino, Svizzera
Pasticceria: La Marianna
Capo pasticciere: Cosimo Panattoni
Curno (BG)
Pasticceria: Offi Coffee
Capo pasticciere: Giulia Ripamonti
Lecco
Pasticceria: Panificio Azzurro Margiù
Capo pasticciere: Giacomo Balestra
Cercola (NA)
Pasticceria: Perrotta
Capo pasticciere: Antonio Giannotti
Montella (AV)
Pasticceria: Punto Rosso Lazzaroni
Capo pasticciere: Alessandro Rusconi
Saronno (VA)
Pasticceria: Rizzo Bistrot e Caffè
Capo pasticciere: Alessandro Rizzo
Tarcento (UD)
Pasticceria: Roberto Pastry & Bakery
Capo pasticciere: Roberto Moreschi
Chiavenna (SO)















































































l premio al miglior panettone e al miglior lievitato innovativo è un classico di Re Panettone®, giunto nel 2022 alla decima edizione. Le categorie premiate sono state come sempre due: Panettone e Lievitato innovativo. Le sedute di entrambe le giurie hanno avuto luogo sabato 26 novembre e nello stesso giorno è avvenuta la proclamazione dei vincitori.
La giuria si è riunita il 27 marzo 2025.
Alla preparazione dei campioni d’assaggio ha provveduto una squadra di studenti dell’ENAIP di Lecco, coordinata dal docente di panificazione e pasticceria prof. Marco Gennuso
Mariella Tanzarella, Repubblica – Presidente
Studia (soprattutto le lingue), viaggia, vive a Milano e ogni tanto all’estero. Nel 1978 entra nella redazione di Repubblica, dove si occupa per decenni di cibo, costume, cronaca, televisione e spettacoli in genere. Dalla nascita di TuttoMilano, nel 1988, ha sempre avuto la rubrica che parla di ristoranti, chef, alimentazione e dintorni. Su Repubblica continua a scrivere, in particolare per il sito nazionale Il Gusto. Qualche anno fa ha aperto il blog “Raccontami una tavola”, attualmente inattivo (ma magari potrebbe ripartire, chissà).
Rossella Contato, Pasticceria Internazionale
Laureata in Scienze Alimentari, collabora da oltre vent’anni con riviste tecniche e coordina convegni e corsi di formazione professionale per gli operatori del settore. Si occupa di approfondire la conoscenza di tecnologie produttive, ingredienti, prodotti, packaging, sicurezza igienica e normative, divulgando tali tematiche anche attraverso il proprio blog Saperedicibo.
Fabio Fimiani, Radio Popolare
Fabio Fimiani è giornalista professionista, lavora a Radio Popolare e collabora a Consumatori di Coop.
È stato capo di gabinetto del sindaco di Pavia, assessore all’ambiente di Sesto San Giovanni e ufficio stampa di Cia, Confederazione Italiana Agricoltori, Centro Lombardia.
E’ maestro assaggiatore e giudice di concorsi caseari Onaf, Organizzazione Nazionale Assaggiatori di Formaggi.
Cura il blog sulla sostenibilità fabiofimiani.it
Mattia Girardelli, chef I Girardelli, Segrate MI
Mattia Girardelli, dopo la scuola alberghiera a Milano, si forma in Germania, Francia e Inghilterra. Rientrato in Italia, segue Filippo Gozzoli nella sua apertura in Duomo. Nel 2007 apre a Segrate col fratello Elia I Girardelli. Selezione dei fornitori, filiera corta, rispetto della natura e dedizione per il cliente sono i suoi punti cardinali. Sposate le idee di Slow Food, collabora con l’ente di Bra per divulgare il suo credo in una cucina buona, pulita e giusta.
Cesare Zucca, Travel, food & lifestyle
Milanese di nascita, vive tra New York, Milano e il resto del mondo.
Fotografa e racconta città, culture, stili di vita e scopre delizie gastronomiche sia tradizionali che innovative.
Incontra e intervista top chefs di tutto il mondo, ‘ruba’ le loro ricette e racconta tutto in pubblicazioni internazionali in stile ‘Turista non Turista’
Capo pasticciere Michele Cappiello
S. Maria Capua Vetere (CE)
Capo pasticciere Roberto Moreschi
Chiavenna (SO)
Capo pasticciere Alessandro Rizzo
Tarcento (UD)
4°
Panificio Azzurro Margiù
Capo pasticciere Giacomo Balestra
Cercola (NA)
5°
Perrotta
Capo pasticciere Antonio Giannotti
Montella (AV)
6°
La Marianna
Capo pasticciere Cosimo Panattoni
Curno (BG)
7°
La Gioia
Capo pasticciere Alessandro Spagnoletti
Taranto
8°
La Monica
Capo pasticciere Francesco Lastra
Castellammare di Stabia (NA)
9°
Armando Pascarella
Capo pasticciere Armando Pascarella
S. Felice a Cancello (CE)
10°
Punto Rosso Lazzaroni
Capo pasticciere Alessandro Rusconi
Saronno (VA)
11°
La Forneria del Lago
Capo pasticciere Juri Caseri
Paratico (BS)
12°
Sparaco
Capo pasticciere Guido Sparaco
Castel Morrone (CE)
13°
La Bottega del Fornaio
Capo pasticciere Giandomenico Lamonica
Mendrisio, Canton Ticino, Svizzera
14°
Elite
Capo pasticciere Stefano Li Pira
Vimercate (MB)
15°
Cumuniello
Capo pasticciere Canio Cumuniello
Genzano di Lucania (PZ)











La giuria si è riunita il 27 marzo 2025.
Alla preparazione dei campioni d’assaggio ha provveduto una squadra di studenti dell’ENAIP di Lecco, coordinata dal docente di panificazione e pasticceria prof. Marco Gennuso
Alberto Paolo Schieppati, Places – Presidente
Direttore Places. Milanese, giornalista, punto di riferimento nell’editoria del food & beverage. Storico direttore responsabile di Bargiornale dal 1984 al 2000 e di numerosi altri progetti giornalistici (Artù, Monthly Food &Beverage, F&B, Fuoricasa, So Wine So Food)
Renato Andreolassi, Italia a Tavola, Teletutto – Presidente
Giornalista professionista, già vicecapo redattore RAI TGR LOMBARDIA. Curatore della rubrica “Lombardia da scoprire” volta a valorizzare arte, cultura, ambiente e prodotti enogastronomici. Fra i sapori riscoperti: il formaggio Tombea della Valvestino, il nostrano della Val Trompia e i dolci tipici: la “Spongada” della Val Camonica e Montisola e i “Cerchietti” di Collio.
Roberta Rampini, Il Giorno
Roberta Rampini, giornalista professionista, corrispondente de “Il Giorno” dal 2000, da cinque anni collabora con Identità Golose, si occupa di cibo e dintorni. Co-autrice del libro Storie di cibo nelle terre di Expo (2015) e autrice del libro Il cibo degli chef (progetto Lions Club Lainate 2019). «Mi piace definire la scrittura un “privilegio per pochi”, le parole immortalano persone e storie, dalla cronaca al food».
Fabio Silva, chef Derby Grill, Monza
Dal 1° marzo 2011 Fabio Silva è lo Chef Esecutivo dell’Hotel de la Ville di Monza e del rinomato ristorante Derby
Grill. La sua carriera professionale lo ha visto ricoprire con impegno tutte le partite di cucina. Oggi Fabio studia e realizza i menu con grande sensibilità e particolare attenzione all’evolversi dei trend culinari. Dedizione
particolare per la cultura dei prodotti, umiltà e desiderio di non smettere mai di imparare sono i caratteri principali dello Chef Fabio Silva.
Chiara Vannini, Horeca News
Chiara Vannini, natìa di Torino ma orgogliosamente originaria dell’amata Puglia; food&wine writer per magazine di settore, consulente nei segmenti della comunicazione e delle relazioni coi media; ritiene che i dolci dedicati alle festività abbiano delle profonde radici che uniscono l’Italia intera sotto il segno della tradizione, e che caratterizzino da sempre le peculiarità gastronomiche delle varie regioni e le ricette tramandate di generazione in generazione.
Elena Formigoni
Vive a Omegna, sul lago d’Orta. Dal 2015 condivide la sua passione per la cucina, l’impiattamento e la cura della tavola su Instagram e sul sito www.cucinama.com. Collabora con alcune riviste di settore, sperimentando ricette con ingredienti stagionali. La sua felicità? Preparare pasta, dolci e… essere invitata a cena.
Capo pasticciere Giulia Ripamonti
Lecco
Capo pasticciere Antonio Giannotti
Montella (AV)
Capo pasticciere Cosimo Panattoni
Curno (BG)
4°
Rizzo Bistrot e Caffè
Capo pasticciere Alessandro Rizzo
Tarcento (UD)
5°
La Bottega del Fornaio
Capo pasticciere Giandomenico Lamonica
Mendrisio, Canton Ticino, Svizzera
6°
Elite
Capo pasticciere Stefano Li Pira
Vimercate (MB)
7°
Cumuniello
Capo pasticciere Canio Cumuniello
Genzano di Lucania (PZ)
8°
La Monica
Capo pasticciere Francesco Lastra
Castellammare di Stabia (NA)
9°
Savarese
Capi pasticcieri Irma Brizi e Federico Di Berardino
Roma
10°
Cappiello
Capo pasticciere Michele Cappiello
S. Maria Capua Vetere (CE)
11°
Sparaco
Capo pasticciere Guido Sparaco
Castel Morrone (CE)
12°
La Gioia
Capo pasticciere Alessandro Spagnoletti
Taranto
13°
Fabio Del Duca
Capo pasticciere Fabio Del Duca
Milano
14°
Elli
Capo pasticciere Massimiliano Elli
Vignate (MI)
15°
Armando Pascarella
Capo pasticciere Armando Pascarella
S. Felice a Cancello (CE)










Tavola rotonda dedicata alla colomba
Ore 14.30, al I piano, sala del Salvadanee
Con: Achille Zoia, Maddalena Baldini e Riccardo Maccioni
Modera: Stanislao Porzio
Achille Zoia. È molto raro che una svolta storica abbia un nome e un cognome. Quella che porta il nome di Achille Zoia è il rilancio del panettone nella sua forma artigianale, che lui ha promosso prima facendo evolvere la ricetta, poi insegnando a centinaia di giovani pasticcieri italiani a metterla in pratica. È riduttivo, però, considerare solo questo il suo contributo di docente; i suoi corsi hanno apportato migliorie significative a tutto il ventaglio della pasticceria italiana.
Maddalena Baldini. Giornalista e scrittrice, lavora a Milano da circa 25 anni. Laureata in Lettere Moderne con indirizzo in Storia dell’Arte, dopo un Master in Marketing ambientale, culturale ed enogastronomico ha intrapreso la sua carriera nel settore food & beverage. Scrive per le riviste del Gruppo Food, per Mixer, Qualitaly e GBI e coordina il magazine www.degustaviaggi.it. È attiva nella comunicazione e nell’organizzazione di eventi. Come scrittrice ha pubblicato ‘Storie di una degustatrice astemia. Il sapore agrodolce dei ricordi’ e ‘L’estate della pioggia’.
Riccardo Maccioni è torinese ma vive a Milano. È caporedattore del quotidiano Avvenire dove è stato per molti anni responsabile dell’informazione religiosa, oggi lavora all’ufficio centrale. Tra le altre cose cura il podcast “Taccuino celeste”. Le sue ultime pubblicazioni sono: “Dalla strada arriva profumo di pane”, “La piccola Chiesa nella grande Russia” (editi da Ares) e “50 domande sulla fede che non hai mai osato fare” (Effatà).
Tavola rotonda dedicata alla pastiera
Ore 16.00, al I piano, sala del Salvadanee
Con: Antonio Tubelli e Carlo Passera
Modera: Stanislao Porzio
Antonio Tubelli è un cuoco gastronomo, ontologicamente napoletano.
Formatosi nell’alta cucina di Paracucchi, tra gli ispiratori del movimento di Arcigola e Slowfood, è stato il pioniere culturale della cucina napoletana. Prima con il circolo gastronomico de “Il Pozzo”, poi con “Timpani e Tempura”, come gli ha riconosciuto Carlo Petrini recensendo il suo volume “La Cucina Napoletana”, ha fatto scoprire, attraverso la rivisitazione dei piatti di Corrado, Cavalcanti e degli aristocratici “Monsù”, la varietà e la complessità di una cucina storica, sofisticata e popolare.
Carlo Passera. Classe 1974, milanese orgoglioso di esserlo nonché fervente interista, è giornalista professionista dal 1999, ossia un millennio fa. Per vari quotidiani a lungo si è occupato soprattutto di politica e, solo nel tempo libero, di cibo. Nel 2015 ha deciso di preferire la seconda opzione. Collabora con varie testate, ma soprattutto è coordinatore della redazione di Identità Golose e curatore della Guida di Identità Golose alle Pizzerie e Cocktail Bar d’autore. Instagram: carlopassera
Stanislao Porzio. Oltre che ideatore e organizzatore di Re Panettone® e di Regina Colomba Regina Pastiera, scrive di gastronomia con un approccio prevalentemente storico. È autore o curatore di Il panettone. Storia, leggende e segreti di un protagonista del Natale, 2007; Il panettone prima del panettone. Da un manoscritto ambrosiano di Giorgio Valagussa, 2013; La pastiera. La vera ricetta è quella di casa mia!, 2022
Pasqua, colombe e tradizioni
di Stanislao Porzio
Siamo proprio sicuri che la colomba sia un dolce con secoli di storia? Cominciamo l’indagine da internet, il luogo deputato della mitopoiesi contemporanea. Vi si trovano diverse leggende relative all’origine del dolce, e tutte fanno riferimento alla Lombardia.
La più arcaizzante si rifà a un episodio che mette in risalto la clemenza (o la ghiottoneria) di Alboino. Il re longobardo, dopo tre anni d’assedio, riuscì finalmente nel 572 ad espugnare Pavia. Furibondo con la città e i suoi abitanti, era intenzionato a raderla al suolo. A farlo desistere dall’insano proposito fu l’offerta, nel giorno di Pasqua, di ottimi pani dolci a forma di colomba, simbolo di pace. Nella vicenda, in verità, si fa cenno anche a un’offerta di dodici giovani fanciulle: avranno contribuito anche loro al risultato? Comunque, da allora si cominciò a preparare per Pasqua…
Anche un’altra leggenda ha a che fare con la dominazione longobarda. Colombano, monaco irlandese in odore di santità, arrivò alla corte di Teodolinda nel 612. La regina gli imbandì una tavola degna della fama che lo precedeva. Lui, di fronte a un desco carico di carni, parco com’era storse un po’ il naso. E dire che non era neanche venerdì. Constatata un’ombra di dispetto sul viso della sposa di Agilulfo, Colombano chiese solo di poter benedire la mensa prima di mangiare. Al suo segno della croce tutto quel ch’era nei piatti si trasformò in pani a forma di colombe, di un colore immacolato come la sua tonaca. A Teodolinda non restò che fare buon viso a cattivo gioco. Perciò da allora…
L’ultima storia si colloca nel 1176. Prima della battaglia di Legnano, tre colombe si posarono sulle insegne del Carroccio. Dopo la vittoria, un condottiero lombardo memore di questo segno della benevolenza divina fece preparare alcuni pani modellati nella forma di questo volatile, simbolo dello Spirito Santo. E da allora…
E da allora un bel niente.
Come sostiene Massimo Alberini nella sua Storia del panettone (1981), trattatisti gastronomici ottocenteschi come il Sorbiatti, il Vialardi e l’Artusi non danno alcuna notizia di un dolce definito colomba. Ho controllato anche il Luraschi: neanche lui ne parla nel suo Nuovo Cuoco Milanese Economico, del 1829, tanto meno lo cita l’informatissimo Marco Guarnaschelli Gotti nel recente La cucina milanese (1991).
Fanno menzione della colomba, invece, Vecchia Milano in cucina di Ottorina Perna Bozzi (1965) – che però la inserisce solo tra i formaggi e la frutta fresca nel menu del Pranzo di Pasqua senza darne la ricetta – e Le ricette regionali italiane di Anna Gosetti della Salda (1967), che la considera un dolce pasquale della Lombardia.
Secondo la già citata Storia del panettone, invece, il luogo d’origine della colomba, almeno nella sua forma di dolce lievitato che conosciamo oggi, sarebbe perfettamente identificabile e un po’ spoetizzante: l’ufficio marketing della Motta degli anni Trenta. La sua invenzione si dovrebbe alla genialità di Dino Villani, che anni dopo avrebbe lanciato il concorso di Miss Italia. Alberini sostiene che neppure le leggende siano da considerarsi frutto della fantasia popolare, bensì di quella professionale dei collaboratori del Villani.
I motivi veri per la creazione della colomba sarebbero, quindi, di natura eminentemente pratica. Negli anni Trenta la Motta possedeva già i grandi impianti di viale Campania a Milano, finalizzati quasi unicamente alla produzione del panettone. Lasciarli inattivi per sei o più mesi rappresentava una perdita secca per l’economia dell’azienda. Pensa che ti ripensa, Villani ebbe l’idea di un finto (o vero?) dolce tradizionale pasquale a forma di colomba, creatura simbolo di purezza e d’innocenza, circondata da un’aura sacrale – è il volatile che annuncia a Noè la fine del diluvio universale, quindi della “guerra” fra Dio e gli uomini, ed è anche l’emblema dello Spirito Santo.
Villani sostenne il nuovo prodotto con una campagna pubblicitaria, scritturando un grande affichiste. Nel 1936 commissionò al franco-ucraino Cassandre, autore di tanti capolavori grafici, un manifesto. In esso, l’immagine del dolce proietta un’ombra bianca con un rametto fiorito nel becco. La silhouette candida squarcia il fondo nero, rivelando alle sue spalle una chiazza di cielo azzurro, indizio di una nuova stagione in arrivo. Mentre la parola “Colomba” è scritta coerentemente in bianco, “Motta” è stampato in azzurro, e il claim “Il dolce che sa di primavera” in rosa: tinte pastello a rafforzare la connotazione primaverile del prodotto.
Che negli anni Trenta fosse già oppure no un dolce tradizionale, la colomba lo è diventato, visto che oggi per tutti è il pendant pasquale del panettone. D’altronde anche la ricetta avvalora quest’immagine, perché è praticamente la stessa del dolce natalizio, con il quale condivide quasi tutto, a partire dalla lievitazione naturale. Oltre che per la forma, ne differisce per la copertura con ghiaccia a base di mandorle e granella di zucchero, e per l’assenza di uvetta, sostituita da una quantità più massiccia di scorzette d’arancia candite, o di cedro come nella ricostruzione della ricetta Motta originale secondo Alberini. In ogni caso, la ricetta base di quello che oggi per legge può chiamarsi “colomba” è regolata da un decreto legislativo del 2005.
Un ultimo dubbio. Noemi Buzzin, la vecchia governante di mia madre, era un’abile cuoca e amava inventare. Nei miei primi ricordi pasquali, che si possono datare intorno al 1960, compare un suo dolce al forno a forma di colomba, con ali spiegate a croce, una foglia d’ulivo infilata nel becco e un uovo sodo parzialmente affondato nell’impasto. Il dolce prevedeva ingredienti molto semplici: farina, lievito (non so se chimico o di birra, ma escluderei il lievito madre), uova, zucchero, un po’ di burro. Niente glasse, niente ulteriori ornamenti. Qual era la sua origine? Noemi era friulana, di Chiopris (UD), la mia famiglia napoletana; nessuna delle due tradizioni, che io sappia, annovera dolci simili. Avrà preso spunto da un giornale? Da un libro? Da una colomba industriale? L’ha inventata di sana pianta? L’unica cosa certa è che quella di Noemi rimane per me La colomba.
Maddalena Baldini. Giornalista e scrittrice, lavora a Milano da circa 25 anni. Laureata in Lettere Moderne con indirizzo in Storia dell’Arte, dopo un Master in Marketing ambientale, culturale ed enogastronomico ha intrapreso la sua carriera nel settore food & beverage. Scrive per le riviste del Gruppo Food, per Mixer, Qualitaly e GBI e coordina il magazine www.degustaviaggi.it. È attiva nella comunicazione e nell’organizzazione di eventi. Come scrittrice ha pubblicato ‘Storie di una degustatrice astemia. Il sapore agrodolce dei ricordi’ e ‘L’estate della pioggia’.
Le colombe, tra artigianato e industria
di Maddalena Baldini
COLOMBE ARTIGIANALI 2025: TRADIZIONE E INNOVAZIONE RESISTONO ALLA TEMPESTA DEI COSTI
Pasqua 2025 si avvicina, e con essa anche l’atteso ritorno sulle tavole italiane delle colombe artigianali. Nonostante le difficoltà legate all’aumento dei costi delle materie prime e dell’energia, il settore guarda al futuro con un cauto ottimismo, puntando su tradizione, qualità e innovazione
Secondo le stime per il 2025, la produzione e la vendita delle colombe pasquali artigianali dovrebbero mantenersi stabili rispetto all’anno precedente, con una leggera crescita trainata dal forte attaccamento degli italiani a questo simbolo dolciario della Pasqua. Nel 2024, la produzione ha raggiunto poco più di 24mila tonnellate, per un valore complessivo di 96,7 milioni di euro, con circa 31 milioni di pezzi venduti. Dati incoraggianti, che confermano la resilienza di un mercato profondamente legato alla tradizione.
Costi in salita, margini sotto pressione
Dietro l’ottimismo, però, si celano le sfide. I rincari delle materie prime hanno colpito il comparto: il cacao ha registrato un aumento del 175%, mentre il burro è salito dell’83% rispetto al 2023. Anche farine, latte e cioccolato hanno subito impennate significative, riflettendosi sui prezzi finali: secondo il Codacons, il costo medio di una colomba artigianale è aumentato del 21% nel 2024, con picchi fino al 36% per le versioni farcite. Questi aumenti hanno spinto i consumatori a cercare soluzioni più economiche, optando per marchi meno noti o limitando gli acquisti. Nonostante ciò, la colomba resta un must della Pasqua italiana, e molti non hanno rinunciato, scegliendo magari offerte o confezioni più piccole per restare fedeli alla tradizione.
Export in crescita e orgoglio artigiano
Un segnale positivo arriva dal mercato estero. Le esportazioni di colombe italiane nel 2024 hanno toccato le 2.344 tonnellate – circa 3,2 milioni di pezzi – per un valore di 9,6 milioni di euro, pari al 10% del totale prodotto. Le pasticcerie artigianali stanno scommettendo su qualità e creatività per soddisfare i palati internazionali, puntando su gusti innovativi e ingredienti di alto livello anche se l’ombra dei dazi fa paura.
Le tendenze del 2025: tra gusto e sostenibilità
Anche nel 2025, la colomba pasquale si evolve per rispondere alle nuove esigenze dei consumatori. Tra le tendenze più forti. Si scelgono colombe con ingredienti premium, ossia burro fresco, uova da allevamenti a terra, farine bio, frutta candita di qualità e cioccolato pregiato. Si cercano anche nuovi gusti, dal pistacchio al cioccolato fondente e nocciole, passando per varianti all’arancia, salate o con frutta esotica. Attenzione al packaging curato ed eco-friendly con confezioni eleganti, materiali riciclati e biodegradabili, ideali anche come regali, così come si presta attenzione all’impatto ambientale in ogni fase della produzione, dalla scelta delle materie prime alla logistica. Da non tralasciare l’innovazione produttiva grazie all’uso di tecnologie avanzate per ottimizzare cottura e lievitazione senza compromettere l’artigianalità. Si cercano anche colombe personalizzate, con ingredienti e aromi scelti dal cliente.
Uno sguardo al futuro
Nonostante le incertezze economiche, il settore della colomba artigianale mostra una notevole capacità di adattamento. La combinazione tra radici profonde nella tradizione e apertura all’innovazione continua a essere la chiave del successo. Per Pasqua 2025, le pasticcerie italiane si preparano a offrire ai consumatori un dolce che, oltre al gusto, racconta storie di passione, territorio e maestria artigiana.
COLOMBE GDO 2024: LA TRADIZIONE PASQUALE RESISTE TRA INFLAZIONE, INNOVAZIONE E SOSTENIBILITÀ
Il mercato della colomba pasquale nella grande distribuzione organizzata (GDO) ha mostrato segnali di vitalità nel 2024, confermando la tenuta di uno dei dolci più iconici della tradizione italiana, anche in un contesto economico complicato
Secondo i dati aggiornati a ottobre 2024, le vendite di colombe nella GDO hanno generato un fatturato di circa 123 milioni di euro, segnando una crescita del +2,4% rispetto al 2023. Ancora più significativa la crescita a volume: +5,2%, per un totale di quasi 18 milioni di chilogrammi venduti. Un risultato sorprendente se si considera il perdurare di un’inflazione elevata e la contrazione del potere d’acquisto delle famiglie.
Prezzi in calo e assortimento più ampio: così la GDO rilancia la colomba
Uno dei fattori che ha sostenuto il mercato è stato il calo medio dei prezzi (-2,6%), che ha reso la colomba più accessibile, incentivando l’acquisto e permettendo una maggiore varietà di prodotti sugli scaffali. Questa strategia ha avuto effetto positivo su tutti i canali distributivi e in tutte le aree geografiche italiane, confermando il ruolo centrale della GDO nella diffusione del prodotto.
La colomba tradizionale ha registrato un lieve calo a valore (-1,6%) ma è cresciuta in termini di volume (+1,5%), segnale di un’attenzione al prezzo da parte del consumatore, che sceglie di non rinunciare al prodotto, pur contenendo la spesa. Tra le varianti, spicca la colomba senza canditi, sempre più apprezzata dal pubblico, con un balzo del +12,6% a volume e del +9,6% a valore. Positive anche le performance delle colombe farcite e ricoperte, cresciute rispettivamente del +3,1% a valore e del +5,1% a volume, a conferma di una crescente attenzione per varianti più golose e moderne.
Colomba protagonista assoluta delle feste
In un contesto in cui gli altri prodotti da forno pasquali segnano un deciso passo indietro (-7,8% a valore e -4,7% a volume), la colomba emerge come protagonista assoluta. I consumatori, messi davanti a una scelta, sembrano non avere dubbi: meglio una colomba che tanti altri dolci. Nella classifica dei dolci pasquali, la colomba occupa il 21% del mercato, seconda solo alle immancabili uova di cioccolato.
Materie prime: tra rincari e difficoltà di approvvigionamento
Dietro al successo commerciale si nasconde però una realtà complessa sul fronte produttivo. I costi di uova, burro, derivati del latte e cacao hanno inciso pesantemente sulla filiera. A dicembre 2024, secondo i dati Areté, il prezzo del cacao era aumentato del 127% rispetto all’anno precedente. Non sono mancati problemi anche per la nocciola tonda gentile, sempre più difficile da reperire.
Di fronte a questi ostacoli, molte aziende hanno scelto di ridurre leggermente i quantitativi per alcuni prodotti, in modo da non appesantire ulteriormente il prezzo al consumatore, ma continuare a soddisfare la domanda in modo equilibrato.
La colomba diventa green: attenzione all’ambiente anche nel pack
Un’altra tendenza forte nel 2024 è la crescente attenzione alla sostenibilità ambientale, anche nel comparto confezioni. Le colombe in GDO sono oggi proposte con imballaggi sempre più eco-friendly: carta riciclabile, tessuti riutilizzabili, sacchetti multiuso e scatole in latta che, seppur più costose, vengono apprezzate per la loro durabilità e versatilità.
Il mix tra tradizione, innovazione, accessibilità e sostenibilità ha permesso alla colomba pasquale di resistere e rilanciarsi anche nei tempi difficili. Un dolce che continua a raccontare la Pasqua italiana con gusto, eleganza e, oggi più che mai, attenzione al futuro.
Riccardo Maccioni è torinese ma vive a Milano. È caporedattore del quotidiano Avvenire dove è stato per molti anni responsabile dell’informazione religiosa, oggi lavora all’ufficio centrale. Tra le altre cose cura il podcast “Taccuino celeste”. Le sue ultime pubblicazioni sono: “Dalla strada arriva profumo di pane”, “La piccola Chiesa nella grande Russia” (editi da Ares) e “50 domande sulla fede che non hai mai osato fare” (Effatà).
La colomba giusta
di Riccardo Maccioni
Da sempre la colomba bianca è simbolo di dolcezza, bontà, pace. Valori che nell’antica Grecia con un Olimpo popolato di dèi narcisi e con gli stessi difetti degli uomini, potevano anche dare fastidio. Esemplare l’episodio mitologico che vede Eros in gara con sua madre Afrodite a chi raccoglie più fiori. La dea della bellezza stava per essere sconfitta quando in suo aiuto arrivò la ninfa Peristerà (colomba in greco) facendola vincere. Eros, arrabbiato, punì la ninfa trasformandola appunto in una colomba considerata animale fragile e che Afrodite, per gratitudine, volle eleggere a suo uccello preferito, tanto che il suo carro di dea sarebbe stato trainato assieme ai cigni da delle bianche colombelle.
Come spesso accade, sui miti si costruiscono tradizioni religiose. Così nell’ebraismo la colomba è simbolo di virtù come pace, fratellanza, docilità, sacrificio per il bene degli altri. E a testimoniare il legame con l’antichità greca e poi con il cristianesimo la gematria (scienza teologica che attribuisce valore numerico alle parole) assegna alla peristerà per riprendere il termine greco il numero 801 che nella tradizione giudaico cristiana indicherebbe Gesù unito al Padre e allo Spirito Santo. La corrispondenza con il cristianesimo, che nell’ebraismo si radica, è poi pressocché immediata. Il richiamo più evidente è al libro della Genesi con Noè che alla fine del diluvio di 40 giorni mandato da Javhè affida a una colomba il compito di testimoniare se le acque si siano fermate. Leggiamo questo passo:
«Trascorsi quaranta giorni, Noè aprì la finestra che aveva fatto nell’arca e fece uscire un corvo. Esso uscì andando e tornando, finché si prosciugarono le acque sulla terra. Noè poi fece uscire una colomba, per vedere se le acque si fossero ritirate dal suolo; ma la colomba, non trovando dove posare la pianta del piede, tornò a lui nell’arca, perché c’era ancora l’acqua su tutta la terra. Egli stese la mano, la prese e la fece rientrare presso di sé nell’arca. Attese altri sette giorni e di nuovo fece uscire la colomba dall’arca e la colomba tornò a lui sul far della sera; ecco, essa aveva nel becco una tenera foglia di ulivo. Noè comprese che le acque si erano ritirate dalla terra. Aspettò altri sette giorni, poi lasciò andare la colomba; essa non tornò più da lui».
Il brano si presta a due brevi riflessioni. Innanzitutto, Noè si stacca con dispiacere dalla colomba, animale che l’uomo, succedeva soprattutto nei secoli passati, ama tenere con sé. Inoltre, la colomba con il rametto d’ulivo nel becco è diventato nel tempo un popolarissimo simbolo di pace. Merito soprattutto di Pablo Picasso che così la ritrasse nel 1949 per il Congresso mondiale per la pace di Parigi, città dov’è tuttora conservato il disegno originale. L’immagine si diffuse rapidamente in Occidente grazie al predominio culturale della religione cristiana e, come si accennava prima, alla frequente presenza di questi animali nelle case.
Tornando alla Scrittura, il tenero volatile compare come simbolo di amore puro nel Cantico dei Cantici dove il pastore innamorato definisce la sposa “colomba mia” paragonandone lo sguardo dolce di ragazza agli occhi di colomba. Non mancano però anche immagini per così dire negative abbinate a questo volatile. Così nel Salmo 55 la colomba si abbina alla persona infelice che vuole fuggire dal dolore: “Timore e spavento mi invadono e lo sgomento mi opprime. Chi mi darà ali come di colomba per volare e trovare riposo?”. In Osea invece, riferita alla tribù di Efraim, è sinonimo di ingenuità e sciocchezza perché il popolo anziché confidare in Dio si affida agli egiziani e agli assiri. Più in là lo stesso libro paragona al volo delle colombe il ritorno in patria degli esuli. “Accorreranno come uccelli dall’Egitto, come colombe dall’Assiria e li farò abitare nelle loro case”.
La colomba è poi naturalmente molto presente nel Nuovo Testamento. Nel Vangelo di Luca si racconta che Gesù venne presentato al tempio con l’offerta in sacrificio di una «una coppia di tortore o due giovani colombe, come prescrive la legge del Signore». Si trattava di “doni” tipici di famiglie non molto benestanti, pur non potendosi considerare Gesù povero. I venditori di colombe saranno invece tra i mercanti che il Signore caccia dal tempio nell’episodio raccontato dai Vangeli. Leggiamo dalla narrazione di Giovanni: «Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: “Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato”». L’episodio neotestamentario più noto legato al tenero volatile resta però il Battesimo di Gesù dove la colomba simboleggia lo Spirito Santo, così come poi avverrà in tantissimi dipinti di ogni epoca. Scrive l’evangelista Matteo: «Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”».
A questo punto forse vale la pena domandarsi perché la colomba sia diventata un simbolo così ricco di richiami religiosi. La risposta sta nelle caratteristiche di questo animale, diffusissimo in Palestina e per questo largamente citato nella Scrittura. E poi le colombe già esteriormente ispirano fiducia: sono bianche, gentili, tranquille, non hanno un becco così robusto da poter fare male. Inoltre, sono resistenti, sanno percorrere distanze infinite per portare un messaggio e, soprattutto, non smarriscono la strada di casa, proprio come lo Spirito Santo che simboleggiano, il quale riporta sempre l’uomo sotto la guida di Dio. In più sono monogame, vivono in coppie stabili e anche il maschio è in grado di produrre una specie di latte con cui nutrire i propri piccoli. Come si capisce qualità bellissime che Gesù presenta come modelli, là dove insegna ai suoi discepoli: «Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi: siate dunque prudenti, come i serpenti e semplici come le colombe» (Matteo 10,16). Il rimando alle qualità della colomba è talmente importante che anche il Catechismo ha voluto inserire l’uccello tra le sue voci. Lo leggiamo quasi a sintesi di quanto detto finora durante questo excursus, per forza di cose molto breve. «Alla fine del diluvio (il cui simbolismo riguarda il Battesimo), la colomba fatta uscire da Noè torna, portando nel becco un freschissimo ramoscello d’ulivo, segno che la terra è di nuovo abitabile. Quando Cristo risale dall’acqua del suo battesimo, lo Spirito Santo, sotto forma di colomba, scende su di lui e in lui rimane. Lo Spirito scende e prende dimora nel cuore purificato dei battezzati. In alcune chiese, la santa Riserva eucaristica è conservata in una custodia metallica a forma di colomba (il columbarium) appesa al di sopra dell’altare. Il simbolo della colomba per indicare lo Spirito Santo è tradizionale nell’iconografia cristiana».
Più suggestivo e, mi permetto dire affascinante, però uno scritto di san Cipriano vescovo di Cartagine morto martire nel 258.
«Ecco perché lo Spirito Santo è disceso sotto forma di colomba: questo uccello è semplice e gioioso senza fiele né amarezza, incapace di crudeli morsicature e non ha artigli per dilaniare con violenza. La colomba predilige le dimore degli uomini e vive familiarmente in una casa, sempre la stessa. Quando una coppia genera sono in due ad allevare i piccoli; volano ala contro ala e passano la vita in una stretta familiarità e con dei piccoli colpi di becco manifestano la loro concordia e la loro pace. Il loro comportamento manifesta in tutto la legge del pieno accordo. Ecco la semplicità che si dovrebbe conoscere anche nella Chiesa, ecco la tenerezza che si dovrebbe raggiungere. I fratelli cristiani non hanno che da imitare l’affetto delle colombe». San Cipriano indica le colombe come modello per la Chiesa. Ma forse a imitarle dovrebbero essere tutti gli uomini e le donne di oggi. E allora il mondo sarebbe sì percorso da un tempo di pace.
Qual è la vera pastiera?
di Stanislao Porzio
La pastiera è un dolce bifronte. Da una parte è il dolce dell’armonia, dall’altra quello della discordia. Armonia: intanto Pasqua, festeggia la Risurrezione, l’amore che sconfigge la morte. Poi è un dolce che si prepara ancora in casa, che di solito vede tutti in grande attesa, soprattutto i bambini, quando c’erano. Raramente se ne prepara solo una. E quelle in più non sono per uso proprio, vengono donate, gesto generoso.
Il rovescio della medaglia è che questi doni spesso s’incrociano, io regalo a te la mia, tu a me la tua, e quindi si fanno dei confronti. Inevitabilmente da questi confronti esce una vincitrice, che, guarda caso, è la propria, perché quasi invariabilmente siamo convinti che la nostra sia la vera. Non la migliore, ma la vera. Se ne fa spesso una questione di autenticità, più che di bontà. “La vera ricetta è quella di casa mia”, come recita il sottotitolo del libro che ho dedicato alla pastiera, e questa convinzione dà origine a infinite diatribe, che di solito non trovano soluzione. In fondo è quello che succede a tutti i grandi piatti di tradizione: ogni famiglia, ogni persona ha la sua ricetta. Il fatto è che con la pastiera il tasso di polemica aumenta, perché il confronto spesso è diretto grazie alla prassi dell’omaggio.
Mettiamo in fila tutto quello su cui, a proposito di pastiera, sono tutti d’accordo e quello che invece è tema di dibattito.
Tutti accettano che la pastiera sia un dolce di ricorrenza legato alla Pasqua e che sia di origine napoletana. Tutti accettano che sia cotto al forno e che consista di un involucro di pasta frolla, contenente un ripieno cremoso a base di grano, ricotta, zucchero, uova, canditi e aromi, coperto da una serie di strisce di pasta frolla che s’incrociano a formare losanghe, mai angoli retti. Siete d’accordo? Insomma, è una crostata, anche se nessuno la definirebbe così.
Quali sono gli ambiti di potenziale discordia?
L’ingredientistica e anche il procedimento di preparazione.
La crosta di pasta frolla, per esempio, può essere fatta con lo strutto o con il burro.
Il grano: cotto nell’acqua o nel latte? Con aggiunta di strutto? Di scorze di limone? E poi, intero o frullato? O parte intero e parte frullato?
La ricotta può essere di pecora, di mucca, ma anche di bufala e persino di capra, oppure mista.
Le uova: solo tuorli o anche albumi?
Al ripieno va aggiunta la crema pasticciera o no?
Si fa presto a dire canditi, ma d’arancia? Di cedro? Di zucca?
L’aroma: fior d’arancio? Neroli? Millefiori? E la vaniglia? Naturale o vanillina? La cannella sì o no?
E, infine, quante strisce? Sette, come da qualche anno sembra imprescindibile, o un numero a piacere?
Il problema dell’autenticità di una ricetta rispetto all’altra è mal posto: molte ricette possono avere una propria dignità. L’unica cosa di cui, però, mi sono convinto dopo la ricerca fatta per il libro che ho dedicato alla pastiera, è che il grano del ripieno, o almeno parte di esso, vada mantenuto intero. E questo per motivi legati all’origine del dolce.
Girano diverse leggende in proposito. Una individua nella sirena Partenope la sua inventrice. Un’altra vede una complicità fra le mogli di alcuni pescatori e il mare: le prime lasciano a mo’ di doni sacrificali gli ingredienti sulla spiaggia, il secondo con i suoi flutti li mescola e li trasforma nel dolce. Un’altra leggenda ha sempre a che fare con il mare e i pescatori: la pastiera sarebbe l’esito felicemente inatteso del rimescolio, dovuto al moto ondoso, delle provviste portate in barca. Un’altra ancora la considera erede delle focacce sacrificali dei Greci e dei Romani.
Quest’ultima è quella che più si avvicina alla realtà. A mio parere, infatti, l’origine della pastiera è proprio greco-latina, ma non è legata alle focacce sacrificali, perché le focacce erano fatte di cereali macinati, cioè di farina, come il pane, mentre la pastiera ha semplicemente una crosta esterna di farina e grassi, modalità di preparazione molto più tarda, risalente al 1200.
L’ingrediente caratterizzante della pastiera non è la farina, ma il grano in chicchi che c’è al suo interno, un alimento simbolico. Lo stesso grano che si pianta prima di Pasqua e si fa crescere al buio, per adornare gli altari della reposizione per la cerimonia dei Sepolcri del Giovedì Santo, a Napoli e dintorni.
I vasetti con la terra e il grano si tengono al buio per simboleggiare la morte di Cristo, una morte alla quale segue la resurrezione delle piantine che germogliano. Se il grano fosse macinato, non potrebbe certo germogliare, ecco perché i chicchi di grano presenti nella pastiera devono essere interi.
Riti del genere si compivano anche nell’antica Grecia e nel Medio Oriente. Erano legati a divinità della rigenerazione primaverile della natura, come Adone, Attis e Tammuz.
Nell’antica Grecia si consumavano zuppe rituali di cereali e legumi interi in onore dei defunti; zuppe che hanno eredi ancora oggi nella coluba o colba diffuse in certe zone dell’Italia meridionale, la Magna Grecia, oppure in una specialità dolce che a Palermo si consuma per Santa Lucia, il 13 dicembre. È la cuccìa, chicchi di grano interi, mescolati a zucchero, ricotta, latte, uova, canditi di zucca e di arancia e scaglie di cioccolato. A parte queste ultime, un’acquisizione recente, sembra la ricetta del ripieno della pastiera. E il suo consumo per il giorno di Santa Lucia ricorda il passaggio dall’oscurità alla luce, come dice il nome della santa. Quindi, se vogliamo cercare un’origine realistica della pastiera, dobbiamo rivolgerci verso il nostro periodo greco.
Quanto all’apparizione della parola, compare per la prima volta in un testo italiano nel 1369, l’Expositione sopra l’Inferno di Dante Alighieri di Guglielmo Maramauro, un erudito e diplomatico napoletano. Troviamo poi diverse altre citazioni, fra le quali quella di Del Tufo, che la descrive come una pietanza di cucina popolare nel suo Ritratto o modello delle grandezze, delizie e maraviglie della nobilissima città di Napoli del 1588, e quella de La gatta Cenerentola di Giambattista Basile del 1634.
La prima ricetta stampata è in un’opera del 1692, Lo scalco alla moderna, di Antonio Latini. Era nel capitolo “Crostate sfogliate, o Pizze alla Reale”. Fra i suoi ingredienti anche “Cascio Parmiggiano”, residuo di quando era ancora molto viva nei piatti la commistione di dolce e salato.Inoltre pistacchi, cannella, acqua di rosa muschiata e ambra. Nel ripieno non compaiono né uova, né fior d’arancio.
La seconda ricetta risale al 1773 e compare ne Il cuoco galante di Vincenzo Corrado, precisamente nel capitolo “Delle Torte dolci, Paste Bignè e Crostini”. In realtà viene denominata semplicemente (Torta) Di Frumento. Benché compaia fra le torte dolci, il grano viene bollito nel brodo. Vi compaiono per la prima volta il cedro candito e l’acqua di fior d’arancio, insieme ad altri aromi come l’ambra e la cannella.
Ne seguono due, una ritrovata in un quaderno di una monaca del Convento di San Gregorio Armeno datato anch’esso 1773 e un’altra nel libro anonimo del 1807 La cucina casereccia, entrambe con acqua di fiori.
La quinta ricetta per apparizione è quella di Ippolito Cavalcanti, duca di Buonvicino. Non la inserisce nella prima edizione del suo trattato Cucina teorico-pratica (1837), ma nell’edizione del 1839, collocandola nella sezione in napoletano: “Cucina Casarinola all’uso nuosto napolitano”, scelta che rimarca l’origine popolare della pastiera, già attestata da Del Tufo.
Ne seguono infinite altre fino ad oggi, ma un ultimo classico può essere considerata la ricetta di Jeanne Caròla Francesconi, nel suo La cucina napoletana del 1965.
In conclusione, ciascuno ha la sua ricetta preferita, di cui si fida o che realizza personalmente. Questo circo è ciclico, la preparazione, la comparazione, i commenti, e poi se ne parla l’anno dopo. Io stesso – lo confesso – propongo nel mio libro un abbozzo di disciplinare, che però è qualcosa di molto più elastico di una ricetta. Quello che ha senso augurarci non è che la ricetta della pastiera rimanga cristallizzata, quanto che anche le nuove generazioni la prendano in mano e la facciano propria, prolungando la storia di questa straordinaria tradizione.
Antonio Tubelli è un cuoco gastronomo, ontologicamente napoletano.
Formatosi nell’alta cucina di Paracucchi, tra gli ispiratori del movimento di Arcigola e Slowfood, è stato il pioniere culturale della cucina napoletana. Prima con il circolo gastronomico de “Il Pozzo”, poi con “Timpani e Tempura”, come gli ha riconosciuto Carlo Petrini recensendo il suo volume “La Cucina Napoletana”, ha fatto scoprire, attraverso la rivisitazione dei piatti di Corrado, Cavalcanti e degli aristocratici “Monsù”, la varietà e la complessità di una cucina storica, sofisticata e popolare.
La pastiera, scrigno di tradizioni
di Antonio Tubelli
La diversità ed il suo essere divisiva sono le caratteristiche fondamentali della fama della pastiera; essa è lo scrigno in cui il valore delle proprie tradizioni è riposto ed ognuno se ne sente il custode.
Grosse dispute si consumano a partire dalla preparazione della pasta frolla per arrivare alla composizione del suo ripieno gli aromi, la sua umidità, l’altezza, l’origine della ricotta, sino ai canditi e le uova. Non vi è mai unanimità nelle dosi. Sono dispute che sottolineano il carattere familiare di tale preparazione. Pertanto, mi sento di affermare che non può esserci una pastiera più buona delle altre, ma “diverse” sì.
Un altro elemento distintivo è la stagionalità primaverile di cui il grano e il profumo di zagare sono il timbro.
Nella realtà napoletana tale complessità definisce la pastiera ed è poco esportabile. Il grano confezionato ha dato un duro colpo alla stagionalità che però non ha intaccato la difficoltà di una sua omologazione.
Carlo Passera. Classe 1974, milanese orgoglioso di esserlo nonché fervente interista, è giornalista professionista dal 1999, ossia un millennio fa. Per vari quotidiani a lungo si è occupato soprattutto di politica e, solo nel tempo libero, di cibo. Nel 2015 ha deciso di preferire la seconda opzione. Collabora con varie testate, ma soprattutto è coordinatore della redazione di Identità Golose e curatore della Guida di Identità Golose alle Pizzerie e Cocktail Bar d’autore. Instagram: carlopassera
Tradizionale o creativa: e voi, quale pastiera napoletana preferite?
di Carlo Passera
L’ha detto chiaramente Gennaro Esposito, chef della Torre del Saracino a Vico Equense: «Ognuno, ogni famiglia ha la propria pastiera. È il bello di un dolce preparato con ingredienti strettamente legati alla tradizione contadina e alla primavera», così da essere ogni volta unico, anzi «dolce sociale» (è sempre una definizione di Esposito, ndr), perché oggetto continuo di scambio e confronto. Ne consegue come corollario che non esiste una “pastiera perfetta”, ogni versione ha una sua propria dignità – che poi deve essere passata al vaglio del palato. Ci si può dividere su alcune caratteristiche di fondo: inserire o no i canditi, ad esempio. Tritare o meno il grano cotto. Aggiungere crema pasticciera nell’impasto per regalare morbidezza e golosità, per molti è una bestemmia. Usare solo i tuorli o le uova intere…
Grandi chef e pastiera tradizionale
Di sicuro, la gran parte degli chef che pure hanno inventato pastiere in forma contemporanea, l’han fatto partendo dalla tradizione e proponendone anche – magari nei loro shop online – versioni classiche. Però anche qui s’annidano differenze perché, come detto, non esiste una ricetta unica e condivisa. Al di là degli aspetti più squisitamente tecnici (temperatura e tipologia del forno, tempo di cottura, eccetera), se grandi toques come Antonino Cannavacciuolo o lo stesso Gennaro Esposito propongono la loro pastiera seguendone più o meno i canoni comunemente accettati, c’è chi fa scelte alternative: Andrea Aprea usa ad esempio ricotta di bufala; Giuseppe Iannotti predilige una pasta di limone e arancia invece dei canditi; Salvatore Bianco opta per lo strutto, come si faceva un tempo, al posto del burro; Peppe Guida mette d’accordo Iannotti e Bianco, scegliendo pasta di agrumi e strutto. Tra i pasticcieri, Tommaso Foglia suggerisce una doppia cottura del grano nel latte e mixa ricotta di bufala e vaccina; Sal De Riso dice sì alla crema pasticciera e addirittura osa con una pastiera al cioccolato. Son tutti professionisti campani, che si discostano poco dall’imprinting ricevuto fin da bambini; non sorprende così che la pastiera più creativa, tra quelle comunque in forma classica, sia opera del piemontese Luca Montersino, che esce più degli altri dalla tradizione: non usa grano cotto ma il bulgur, un grano duro spezzato, cotto a vapore, essiccato e macinato, tipico della tradizione mediorientale. E poi aggiunge anche crema pasticciera.
Le pastiere contemporanee
Il primo ad aver proposto nella cucina d’autore una pastiera rivisitata è stato lo chef Lino Scarallo al Palazzo Petrucci di Napoli. Era il 1996 quando presentò la sua Stratificazioni di pastiera, una “pastiera al cucchiaio” servita in coppa Martini, con alla base uno strato di pasta frolla sbriciolata, poi grano cotto nel latte con bacche di vaniglia e scorza d’arancia e limone, quindi crema di zabaione e latte cotto di bufala, infine acqua di millefiori e di fiore d’arancio, il tutto candito con bacchette di frolla e arancia candite.
Dopo di lui, non possiamo che annoverare il già citato Antonino Cannavacciuolo. Fin dall’inizio degli anni Duemila, iniziò a servire la sua Pastiera liquida, con crema di pastiera, bavarese di ricotta, cialda di zucchero e cannella. Era un dolce semplice quanto goloso, ora lo si può gustare perlopiù nel suo Cannavacciuolo Bistrot torinese. Invece, al Villa Crespi, lo chef ha pensato a una sua evoluzione molto più ricca ed elegante: ecco la Pastiera scomposta che è composta – scusate il bisticcio – da girella di cremoso alla pastiera, gelato alla ricotta, latte di riso cotto al grano, finto tuorlo alla vaniglia e agrumi, pan di Spagna di mandorle e mousse di ricotta.
Salendo la Penisola con meta Gallarate (Varese), troviamo un altro chef campano “in trasferta”, Ilario Vinciguerra. Era il 2005 quando propose una sua versione di pastiera al cucchiaio, da mangiare in un sol boccone: ecco L’oro di Napoli. Su un cucchiaio, appunto, viene disposto un frollino tondo sormontato da una sferificazione che contiene le componenti della pastiera, frullate insieme. A suggellare (e sigillare) il tutto, un “guscio” di oro liquido a 24 carati, da qui il nome dell’assaggio.
Ricorda, nella forma e nel concetto, un’idea di Viviana Varese. Quando ancora lavorava a Milano (ora è al Passalacqua di Moltrasio, sul Lago di Como, miglior hotel al mondo per la 50Best Hotels 2023) inventò un dolce chiamato Sole. Si trattava anche in questo caso di una pastiera rivisitata, ossia una semisfera di bavarese di ricotta ricoperta di glassa dorata (da qui l’accenno al “sole”), grano cotto nel latte e letto di crema inglese all’arancia con biscotti di pasta frolla. Sul tema delle pastiere “variopinte”, dopo Vinciguerra e la Varese, in ordine cronologico deve venire Roberto Di Pinto, chef del Sine a Milano nonché ex garzone, agli inizi della carriera, della pasticceria napoletana Scaturchio, uno dei templi della pastiera tradizionale. Di Pinto un paio di anni fa ha ideato Tié, nome divertente per una pastiera che prende la forma e le sembianze del classico cornetto partenopeo anti-jella. Una glassa rosso intenso colora un semifreddo di pastiera raffreddato in stampo a forma di corno, poi servito nel piatto con biscotti ovis mollis sbriciolati e punte di gel di arancia candita (Di Pinto, tra l’altro, propone a Natale il suo O’ Panettone. Si tratta di un panettone che al posto delle uvette ha il grano cotto e viene poi profumato con un’essenza di fiore di arancio: l’unione di panettone milanese e pastiera napoletana).
Altre pastiere rivisitate che meritano certamente un cenno sono ad esempio quella di Andrea Aprea, lo chef del ristorante omonimo a Milano: ecco la sua Pastiera sferica con crema di grano cotto, biscotto friabile, gelato ai canditi, spuma di ricotta di bufala, guscio di zucchero, buccia d’arancia e zucchero a velo. Anche il campano in Valtellina Antonio Borruso si è cimentato nella sua versione del dolce tradizionale di Pasqua: si tratta di Zuppa di pastiera, con crema di pastiera liquida, , salsa di cannella e sfere di pasta frolla.
Piccola annotazione finale a questa rassegna di pastiere creative di grandi chef: è curioso notare come siano opera, in tutti i casi, di chef d’origine campana e, in quasi tutti i casi (tranne quello di Scarallo), di chef campani che lavorano al Nord. Come dire: è difficile stravolgere un dolce nei luoghi dov’è così forte la sua tradizione!
Un pasticciere e un pizzaiolo
Quanto a pastiere al cucchiaio dobbiamo citare almeno un pasticciere famoso, Sal De Riso, che a Minori si è inventato il suo Soffiato di pastiera, una sorta di pastiera tutto l’anno, un dolce al cucchiaio: pasta frolla, mousse di ricotta e grano, panna montata, pan di Spagna all’arancia. Da un pasticcere a un pizzaiolo: il grande Franco Pepe ha voluto dire la sua sul tema. Da anni propone le sue straordinarie pizze fritte, famosi sono diventati i coni, ovvero l’impasto della pizza che, fritto, diventa come la cialda di un gelato da passeggio che poi viene riempita di ogni prelibatezza (qualcuno ricorderà l’ormai celebre Ananascosta, che ha sdoganato l’ananas in pizzeria, con fonduta di Grana Padano Dop 12 mesi, prosciutto crudo di Parma Dop, appunto ananas fresco e polvere di liquirizia. Una bomba). Molti tra i coni fritti pensati da Franco insieme al figlio Stefano Pepe sono in versione dolce: come ad esempio la Sfogliatella fritta, un cono di pasta fritta con al suo interno tutta la suadenza della sfogliatella; il Cannolo fritto, il cono con all’interno gli ingredienti del dolce siciliano… Ma la prima di queste particolari pizze dolci è stata la Pastiera fritta, studiata da Franco e Stefano Pepe con il grande chef ischitano Nino Di Costanzo e in memoria del pasticcere Alfonso Pepe. Si tratta di un cono fritto e farcito di crema pasticcera, fior di latte, frutta candita, nocciole tostate, zucchero, cannella, zest di arancia. Fa-vo-lo-so.
Lo chef improbabile
Per concludere, non possiamo non citare anche uno chef assai popolare sul web. Chef? Non proprio: si tratta di chef Ruffi, un personaggio maccheronico che diverte con le sue ricette strampalate e di qualità improbabilissima. Su YouTube è possibile trovare il tutorial per realizzare quella che a suo dire è la “pastiera perfetta”: invita a comprare una base di pasta frolla in qualche discount alimentare, di versarvi un impasto di crema di riso in barattolo e ricotta e canditi industriali, di aggiungere un poco di “versatile”. (il suo ingrediente feticcio di dubbia natura e provenienza), di guarnire con striscioline di pasta foglia già pronta (ogni singolo elemento, per Ruffi, va dosato a occhio). La sua ricetta è invero discutibile, ma su una cosa questo chef-parodia ha ragione, quando termina la propria performance con le seguenti parole, in italiano assai sgrammaticato: «La pastiera, preferitamente lasciatela riposare prima di mangiarla». Siamo tutti d’accordo. E buona Pasqua!






















Ecco gli studenti e il docente di Pasticceria e Panificazione dell’ENAIP di Lecco, che hanno collaborato all’edizione 2025 del Premio Regina Colomba Regina Pastiera.
Crystal Guarascio, Moira Beri, Matteo Lamberti, Serena Brivio, Riccardo Apicella, Luigi Pozzi, Manuel Spreafico, Martina Chilá, Farha Cisse
Marco Gennuso, docente di panificazione e pasticceria dell’ENAIP di Lecco